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COSA: Leggere ai neonati fa bene i bambini andranno meglio a scuola

giovedì 27 luglio 2017

Che la lettura, sin dall'infanzia, faccia bene ai bambini è una verità consolidata. Ora un nuovo studio, presentato al Pediatric Academic Societies Meeting di San Francisco lo scorso 8 maggio, ha stabilito che anticipare la lettura condivisa, già a sei mesi di vita del neonato, produce degli effetti quattro anni più tardi, ovvero migliora le competenze linguistiche e l'alfabetizzazione del bambino prima dell'ingresso a scuola. I ricercatori hanno monitorato più di 250 coppie di madri e figli per un periodo di quattro anni e mezzo, dai sei mesi ai 54 mesi dei bambini. E hanno scoperto che i neonati esposti alla lettura precoce e soprattutto interattiva, cioè stimolati dai genitori nella descrizione di immagini e caratteristiche dei personaggi, arrivati a quattro anni d'età avranno un vocabolario espressivo e ricettivo più ampio, una maggiore consapevolezza dei suoni delle parole, e saranno in grado di scrivere i nomi. Secondo Carolyn Cates, autrice principale dello studio e docente di Pediatria della Facoltà di Medicina di New York:
Questi risultati sono emozionanti perché ci dicono che se i bambini si abituano alla lettura fin da piccolissimi, svilupperanno maggiori abilità linguistiche e con molta probabilità impareranno a leggere e a scrivere prima dei coetanei 'non lettori'
Da segnalare, per chi ancora non la conosce, che in Italia fin dal 1999 esiste un programma che promuove la lettura condivisa in famiglia dalla nascita: Nati per Leggere, che  in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri e l'Associazione Italiana Biblioteche sostiene la lettura come buona pratica per lo sviluppo complessivo del bambino e la relazione genitoriale. 

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Mindfullnes. Scarabocchiare fa bene a piccoli e grandi Ecco i nostri consigli

Scarabocchiare fa bene. Non solo per i piccoli ma anche per i grandi!
Dopo l’ondata dei colouring books arrivano i taccuini da scarabocchiare per rilassarsi e altri passatempi “terapeutici” ispirati alla ricerca di mindfulness. Manuali creativi e diari interattivi che "promettono" di scrollarsi di dosso stress e ansie quotidiane, capaci di rispondere in modo leggero - conferma la psicologa - all’esigenza profonda e diffusa di riconnettersi con noi stessi, con la nostra interiorità
Se ci siamo mai chiesti come sia possibile alleggerire la nostra mente, liberarsi da quelle spirali incontrollabili di emozioni, sensazioni e pensieri tossici, imparare modi nuovi di vedere se stessi, possiamo trovare delle risposte nella nuova serie di libri ispirata al Mindfulness Project. Si tratta di un approccio radicalmente nuovo che sta spopolando nei paesi anglosassoni, orientato ad uno stile di vita olistico che mutua metodi dai campi della meditazione, dello yoga, della psicologia e delle arti terapie, per combinarli in un sistema di cambiamento positivo.
In seguito al successo del loro metodo, Alexa Frey e Autumn Totton, fondatrici dell’associazione The Mindfulness Project nel 2013 a Londra, hanno scritto “Il momento è ora. Piccole attività e semplici esercizi per vincere lo stress ed essere più felici giorno dopo giorno” (Bur, Rizzoli). Un vero e proprio percorso di allenamento alla Consapevolezza, quello straordinario stato psichico che ci rende presenti solo al qui e ora, in modo esclusivo, spegnendo tutto il resto. Un modo particolare di vivere il momento che può essere appreso per diventare, nel tempo, lo stile mentale con il quale affrontare le cose. Un metodo per alleggerire le nostri menti affollate e distratte, silenziare ansie, preoccupazioni, rimuginii, tornare in contatto con la vitalità. Le autrici ci fanno capire, attraverso scarabocchi e scritture, riflessioni e meditazione, che piccole e semplici attività possono avere effetti rilevanti sulla vita: aprirci al mondo, renderci capaci di lasciar andare il superfluo, diventare più calmi e saldi, curiosi e creativi.

GLI EFFETTI TERAPEUTICI DELLA MINDFULLNESS (DEL RINCONQUISTARE CONSAPEVOLEZZA)
“Consapevolezza” in effetti sta diventando una parola sempre più in voga negli ultimi tempi, una tendenza che riguarda soprattutto Inghilterra e Stati Uniti, con dive e celebrità che raccontano esperienze di meditazione, riviste di moda che dispensano consigli sul mangiare “consapevole”, corsi organizzati in grandi aziende (per prima Google) e applicazioni nelle scuole, nelle carceri, negli ospedali. La scienza ne sta infatti riconoscendo i benefici, spogliandola delle radici spirituali: effetti vantaggiosi sono stati dimostrati su ansia, depressione, dolore, gestione delle emozioni, controllo del peso e del sonno, concentrazione e produttività. Gli studi condotti dal professore Jon Kabat-Zinn dell’Università del Massachusetts (Stati Uniti) e successivamente da altri studiosi hanno consentito di rilevare le basi biologiche, neurofisiologiche e psicologiche degli stati di Mindfulness e di mettere a punto tecniche per ridurre lo stress e migliorare il benessere. Oggi, la ricerca sui vari temi legati alla prospettiva della mindfulness è un’area “calda” e in espansione della scienza, con diverse centinaia di articoli di ricerca pubblicati ogni anno sulle principali riviste scientifiche di settore. Al di là degli aspetti più "glamour", la Consapevolezza è senz’altro uno dei diversi percorsi psicologici possibili per partecipare intenzionalmente a se stessi e agli altri in modo aperto, parte integrante di ogni processo di trasformazione, guarigione, promozione personale.


Libri che parlano di felicità e che si offrono come quaderni da scarabocchiare, da scrivere e disegnare, manuali creativi, vivaci e freschi, sui quali compilare liste, annotare stati d’animo, prendere appunti, ritagliare, riflettere e meditare. Da fare nostri. Volumi coinvolgenti, interattivi, dal forte potere attrattivo: originali dal punto di vista editoriale proprio per spingerci a rinnovare il modo di approcciare le cose, aumentare la nostra flessibilità psicologica. Da vivere come piccoli aiuti nella quotidianità, come primi passi sulla strada di un cambiamento positivo. Il loro successo editoriale, del resto, fa capire come rispondano a una domanda sempre più forte, a un’esigenza profonda: quella di riconnettersi con noi stessi, con la nostra interiorità. E di riscoprire la spiritualità, in alcuni casi. Ve ne raccontiamo alcuni:
1) Il divertente manuale “Draw my life. Disegno la mia vita” tradotto da C. Scalabrini (Magazzini Salani), nato sul web con i video di Youtube (utilizzati da alcune celebrità d’oltreoceano per parlare della propria storia) e diventato un libro per raccontarsi. In concreto un gioco psicologico per ricomporre i momenti della propria esistenza come in un quadro, per far riaffiorare i ricordi in modo creativo, per ironizzare su se stessi ed esorcizzare i momenti dolorosi: un’occasione di grande rielaborazione personale. 

2) La serie Moodles (De Agostini) composta da piccole edizioni dai titoli ambiziosi: “Mai più stressati”, “Sempre più felici”, “Mai più con il muso”. Volumi maneggevoli e leggeri, organizzati in passi progressivi per il raggiungimento di stati di felicità lavorando soprattutto sull’umore, semplicemente con una matita, tanta immaginazione e mente aperta. A volte in effetti è bene semplicemente dare alla mente un po’ di riposo, affiorare dal caos per incubare la creatività.  


3) Tanti spunti stimolanti arrivano inoltre con la collana L’ippocampo, a cura del collettivo americano 826 Valencia che ogni anno aiuta moltissimi ragazzi con difficoltà a recuperare la fiducia nell’impegno scolastico. In edizione Junior per ragazzi tra gli 8 e i 12 anni (L’ippocampo Ragazzi), “642 idee per scrivere” e “642 idee per disegnare” propongono straordinari spunti per misurarsi in prove di scrittura creativa e di disegno libero. Quaderni stimolanti e divertenti, originali e perfetti per chi è in cerca di ispirazione e vuole dare sfogo alla propria fantasia, intrattenersi con se stesso e scoprire qualcosa di sé. Della stessa collana anche 642 idee per scrivere e disegnare per adulti, preziosi per persone creative disposte a lasciarsi andare alla propria voglia di esprimersi.


4) L’originale “Lettere a me stesso. Scrivi ora. Leggi in futuro. Conserva per sempre. Pensieri oltre il tempo” di Lea Redmond (Fabbri Editori) propone un gioco psicologico per proiettarsi nel tempo, immaginarsi, allungarsi nella vita. Dodici lettere da scrivere alla persona che diventeremo esprimendo desideri, paure, speranze. Da sigillare oggi e rileggere in futuro, ripercorrendo la nostra storia personale.


5) “Scarabocchi creativi” di Nikalas Cathlow (Magazzini Salani) si rivolge invece ai più piccoli, dai 5 anni in su. Serve solo una matita per completare tantissimi schizzi appena tracciati perché fare cose semplici e disorganizzate, come scarabocchiare - lo dimostrano recenti studi - aiuta concentrazione, memoria e creatività, trasportando la nostra mente in uno stato libero e produttivo.





Compiti a casa? No, in Florida solo 20 minuti di lettura

Libri per i bimbi della scuola elementare nel progetto sperimentale della contea di Marion. 
Molti pedagogisti dicono di sostituire con le lettura i compiti delle vacanze.
Venti minuti di lettura ogni sera. È il compito che sostituirà i compiti dal prossimo anno scolastico in un distretto della Florida. Non ci saranno più gli esercizi da fare a casa alla scuola elementare, ma libri da leggere.
Nella contea di Marion si sperimenta quello che da tempo pedagogisti e insegnanti dibattono: i compiti a casa sono utili o no? La questione si pone soprattutto per gli studenti più giovani, i bambini della scuola elementare e su questi appunto si testa il nuovo sistema.
Heidi Maier, dirigente del distretto scolastico, ha spiegato al Washington Post che preso la decisione di eliminare i compiti studiando testi accademici che riportano quando la lettura sia più utile dei tradizionali esercizi e porti a migliori risultati nello studio negli anni successivi.

Di questa opinione era anche l’oncologo Umberto Veronesi, contrario al principio dei compiti a casa, che avrebbero portato, a suo parere, solo a nozionismo, non alla formazione di interessi e passioni che dovrebbe essere invece lo scopo della scuola.
«Il sovraccarico del compito toglie tempo alla riflessione»

Il sovraccarico, non il compito.
Il compito serve, è un mettersi alla prova e un imparare l’organizzazione. In termini di quantità però i compiti si potrebbero ridurre.I bambini devono fare i bambini, leggere è la soluzione, in particolare d’estate. Leggere qualsiasi cosa. E magari scrivere qualcosa di quello che si è letto. C’è invece ancora un’idea un po’ retrograda del tanto e del classico, le cose deve essere fatte sempre nello stesso modo.

Di Chiara Pizzimenti

CHI: Harper Lee. La Luce oltre

mercoledì 26 luglio 2017

Silenziosa, tranquilla, precisa. Scrisse un libro e mandò in pensione il razzismo. Il suo pallino? Leggere. 

 

Si può vivere in punta di piedi. E fare un sacco di rumore. 
Si può scrivere un solo romanzo. E stare zitti per tutta la vita. 
Si può diventare l'ombra di un grande scrittore, l'idolo di un'intera nazione, l'icona dell'emancipazione. E restare in disparte, sparire dai rotocalchi, chiudersi nel proprio salotto.
Per far cosa? Per leggere un altro libro. 
Chi più sa, più vuole sapere.
Sto parlando di Harper Lee, classe 1926, cittadina del profondo Sud U.S.A Alabama, autrice di: "Il buio oltre la siepe",
titolo originale " To Kill a Mockingbird "(Uccidere un usignolo).
Harper era un maschiaccio, si vestiva male e leggeva bene. No, anzi, benissimo. 
Come tutti gli scrittori, provò a fare altro, ma il richiamo delle parole fu più forte delle sirene di Ulisse. 
Entrò e uscì dall'Università. Si mise persino a staccare biglietti per una compagnia aerea. 
Poi, un Natale, una coppia di amici le invio una busta come regalo. Dentro c'era un assegno e un biglietto che diceva: 

"Ti regaliamo un anno senza lavoro. Usalo per scrivere quello che ti piace. Buon Natale, carissima".

L'estate successiva partoriva "Il buio oltre la siepe", l'equivalente in letteratura di una ghigliottina per il pregiudizio razziale negli Stati Uniti degli anni Cinquanta.
(Se non l'avete ancora letto vi restano due cose da fare alla svelta : comprarne una copia e guardare il bellissimo film)
Nel 1962 uscì il film, appunto, tratto dal omonimo romanzo, diretto da Robert Mulligan,  quello con il bravissimo Gregory Peck nella parte di Atticus Finch. In bianco e nero certo, roba di altri tempi, ma di quei capolavori che non sbiadiscono mai.
Harper scrisse poco altro. 
Aiutò l'amico Truman Capote nella stesura del grandissimo "A sangue freddo" (anche questo da non perdere, interpretazione magistrale di Philip Seymour Hoffmann).
Per il resto, Harper preferì il silenzio e i libri alle interviste e alle prime pagine.
Da buona lettrice, da donna scafata, da persona intelligente, andava ripetendo: 

"I libri migliori non sono quelli che ti dicono cosa pensare, ma sono quelli che ti fanno pensare". 

Come sempre, fece la differenza


Una scena del film omonimo con Gregory Peck nel ruolo di Atticus Finch
Locandine originali

CHI & COSA: Siamo tutti perdutamente ...Lost in Austen!

Per il bicentenario, metteranno il suo volto sulle sterline.
È universale pur essendo locale, conosce l’animo umano e lo racconta alla perfezione, i suoi personaggi sono indimenticabili, con due aggettivi riesce a inventare una persona, inoltre, volente o nolente è molto cinematografica...Di chi stiamo parlando? Ma della mitica Jane Austen.
Fino a qualche anno, fa Jane Austen era considerata la cosa più inglese mai prodotta dalla letteratura. Tutti, dagli americani ai cinesi, la leggevano perché era così folk, così pittoresca: la verde campagna, i meravigliosi giardini, le dimore più o meno nobili, i gentlemen e non... Adesso, invece, tutti la leggiamo perché consideriamo i suoi libri universali.  Partendo dal suo minuscolo fazzoletto di mondo, è riuscita a parlare a tutti noi.  In passato,  alcuni avevano intuito la genialità della Austen. Tomasi di Lampedusa diceva che era una dei pochi scrittori - come lei Proust, Balzac e Dostoevskji - capaci di inventare un mondo. Eppure quando esce Ragione e sentimento, nel 1811 presso l’editore Thomas Egerton, in copertina c’è soltanto l’intestazione “by a Lady”, scritto da una donna. 

Le spese vengono sostenute dal fratello Henry, ma il romanzo andrà abbastanza bene da convincere Thomas Egerton a comprarle il successivo. Quell’Orgoglio e Pregiudizio che, in una stesura precedente e col titolo di Prime Impressioni, era stato rifiutato da un altro editore. Auntie Jane, come la chiama il nipote nel memoir, scritto dopo la sua morte, ha sempre pensato a sé come uno scrittore, nonostante tutti intorno a lei considerassero questa sua passione una bizzarria, un hobby. Woolf racconta che lei sedeva davanti a un tavolino piccolo, tutto il giorno, e mentre scriveva i familiari le passavano accanto, indifferenti. Il padre di lei, un pastore anglicano, si occupa personalmente dell’educazione delle due figlie femmine, Jane e Cassandra (mentre i sei figli maschi vanno a scuola). Ha una biblioteca molto fornita e Jane legge molto.
Jane Austen diventa scrittrice perché è una grande lettrice.
La cosa interessante dei suoi romanzi è proprio la contemporaneità: Austen sceglie di scrivere di quello che le sta intorno, di quello che vede e ascolta, della realtà. Niente re e principesse. Nonostante sia stata accusata di non essersi occupata della Storia, delle cose enormi che avvenivano in Inghilterra in quegli anni - le battaglie luddiste, la schiavitù, le guerre - a me è sempre sembrata la scrittrice più marxista che ci sia. Perché dice una cosa semplice e cruciale:
La libertà è una questione economica.
E questa spiega anche perché Virginia Woolf la amava così tanto. Austen viene accusata di parlare solo di matrimonio, ma il matrimonio è la società stessa, il modo in cui stiamo insieme. E lei ne analizza le regole, le ridefinisce. Le sue donne mi ricordano le donne di Shakespeare per la coscienza etica e anche linguistica. Sono franche, dicono la verità. Sanno dire di sì ma anche di no, sanno coniugare ragione e sentimento e in questo modo costruiscono un mondo migliore. Migliore anche per gli uomini. La coscienza femminile crea libertà, per gli uomini e per le donne. Pensiamo alla biografia di Jane Austen: quando muore il padre, lei, la sorella Cassandra e la madre diventano un peso sulle spalle del fratello maggiore. Se una donna può affermarsi, auto-governarsi, mantenersi, libera gli uomini da un compito che probabilmente non desiderano avere. Perché Austen ha un’idea del destino che deve compiersi in una vita sociale, condivisa. È positiva e positivista, oltre che comica.  Jane Austen, come Virginia Woolf, era una razionalista, e le sue idee mi sembrano ancora più moderne delle nostre.
Se le donne si lasciano trasportare dal sentimento e trascurano la ragione, vanno incontro alla sofferenza.
La sua prosa è così semplice che, paradossalmente, diventa difficile da tradurre. Pensiamo all’aggettivo plain. In italiano diventa “insignificante”, indica qualcosa che non ha ombre né orpelli, in cui tutto è esposto. Una ragazza plain è bruttina, per niente fascinosa... ma plain ha anche l’accezione di virtuosa. Decency è la parola che la rappresenta. Decenza, ma nel senso di normale, senza eccessi, laico, civile. Molto, molto inglese. E pochissimo italiano... Jane Austen fa in tempo ad accorgersi del suo successo? Forse no, ma di certo, anche se muore a poco più di quarant’anni, fa in tempo a capire che è stata presa sul serio come scrittore.

BRICIOLE DEI LOST IN AUSTEN...Non aprite quei contenuti extra!
I lettori di Jane sono sempre affamati. Hanno trascorso parte della vita a cercare qualcosa che somigliasse se non a Orgoglio e Pregiudizio, almeno all’Abbazia di Northanger. Periodicamente ci si placa con una nuova messa in scena Bbc, a volte con un più sintetico riadattamento hollywoodiano. Ma tutte noi abbiamo fatto definitivamente i conti con la disperante realtà: di libri non ne verranno altri. Così ci accontentiamo di briciole. 
Come queste. 
1. La leggendaria serie Bbc del 1995 che lanciò Colin Firth è nota per essere la lettura di Orgoglio e Pregiudizio più fedele al testo. Molti sanno che il catalizzante bagno nel lago di Firth è l’unica scena inventata, ma va ricordato che per la Gran Bretagna fu un evento storico. Durante la trasmissione il Paese si fermò, come da noi può succedere solo per una finale dei Mondiali di calcio. 
2. Sempre su Orgoglio e Pregiudizio, il film del 2005 di Joe Wright è un’altra eccezionale pietra miliare. Fedele alla trama, omette però alcuni personaggi, e stravolge l’ultima scena. Il che sarebbe già imperdonabile, ma il peggio deve ancora venire: il finale alternativo incluso nei dvd per il mercato americano è spaventoso. Se siete in tempo, non aprite i contenuti extra. 
3. Le austeniane regalano alle figlie: Il diario di Lizzy Bennett (di Marcia Williams) già all’inizio della prima elementare, prima ancora che abbiano imparato a leggere. 
4. Per chi ha amato Orgoglio e Pregiudizio da giovane ma non è andato oltre: in età matura non perdetevi Persuasione. 
5.  Le austeniane ringraziano!


CHI: A due secoli dalla nascita, vita segreta di Charlotte Brontë

Tre sorelle cresciute nell'isolamento, molto legate tra loro e diventate tutte scrittrici, libro racconta l'autrice del capolavoro "Jane Eyre" e della sua geniale famiglia

Chissà se a Londra faceva caldo o aveva cominciato a piovere il pomeriggio del 24 agosto del 1847 quando George Smith, giovane editore erede della Smith Elder & Co, ricevette nel suo ufficio di Waterloo Place un pacco firmato Currer Bell (Smith dovette riconoscere il nome, dato che Bell gli aveva già inviato il manoscritto di Il professore, che aveva trovato di valore ma corto per essere stampato in tre volumi, formato ideale per i romanzi dell’epoca). Di certo ci fu un momento in cui l’editore aprì il pacchetto, lesse la lettera che lo accompagnava, e per la prima volta posò lo sguardo sull’incipit di Jane Eyre: 

«Impossibile far la passeggiata quel giorno...»

A parlare era una protagonista mai vista prima, giovane e tenace istitutrice senza famiglia, priva di grazia e denaro, che sposa infine l’affascinate e ricco Rochester. La storia è pervasa da un fortissimo sottotesto erotico, con Jane che maneggia la miccia di una bomba di desiderio inesploso nei confronti dell’uomo da cui sogna di essere sessualmente dominata: «George Smith lo lesse tutto nell’arco della domenica seguente» scrive Lyndall Gordon in Charlotte Brontë. Una vita appassionata (Fazi), biografia del 1994 che esce in Italia per i duecento anni della nascita della scrittrice. «Annullò una corsa a cavallo, saltò la cena e rifiutò di andare a dormire finché non ebbe finito il libro.
Il lunedì successivo offrì a Currer Bell cento sterline, a cui si aggiungeranno in seguito vari extra fino ad arrivare a un totale di cinquecento. Sei settimane dopo, il 16 ottobre 1847, l’editore pubblicò il romanzo». Il successo e la curiosità intorno all’autore misterioso furono immediati. Ci si chiedeva se si trattasse di un uomo o una donna. Molti si scandalizzarono per l’audacia del racconto. Qualcuno credette che dietro Currer Bell si nascondesse Willam Thackeray, ma lui affermò: «È una scrittura femminile, a chi appartiene?».
Nel 1847 Charlotte Brontë aveva trentun’anni. Come Jane Eyre non poteva contare su bellezza o reddito. Era, come scrisse Joyce Carol Oates, una «vittima» di dieci anni di servizio come istitutrice. Nata nel 1816, terza di sei fratelli (cinque sorelle e un unico maschio, Branwell, nato dopo di lei) cresciuti con il padre reverendo nella Canonica di Hawort, villaggio isolato nella brughiera persa nel vento e nei cespugli di erica dello Yorkshire, Nord dell’Inghilterra.
Il padre, irlandese sopravvissuto all’infanzia con una dieta di siero di latte e pane di patate e farina d’avena, aveva studiato a Cambridge grazie ai sussidi per i poveri da avviare alla carriera ecclesiastica. Era un solitario, e quando la moglie si ammalò i bambini furono lasciati a sé stessi. «Prendevano i pasti da soli» scrisse Elisabeth Gaskell, autrice nel 1857 della prima biografia di Charlotte Brontë (Castelvecchi 2015). «Poi se ne andavano nello studio, dove passavano il tempo a leggere, a sussurrare tra loro, a meno che non uscissero nella brughiera tenendosi per mano». Nel 1821 la madre morì, e il padre affidò la cura dei figli a una zia.
Nel 1924 mandò le due maggiori, Mary e Elisabeth, di dieci e nove anni, a studiare alla Clergy Daughters School di Cowan Bridge. Poco dopo ci spedì anche Charlotte, che allora aveva otto anni, e Emily, che ne aveva sei. Il figlio maschio, Branwell, restò a casa per essere educato dal padre, e così la figlia più piccola Anna. La scuola era identica alla Lowood della prima parte di Jane Eyre: gelida, gestita da carogne che umiliavano e affamavano le bambine con pasti a base di avena bruciata. In poco tempo Mary e Elisabeth si ammalarono, tornarono a casa e morirono nel 1825. Charlotte e Emily furono ritirate dalla scuola.
I quattro ragazzi  Brontë iniziarono a rifugiarsi nelle storie fantastiche che inventavano. Nel 1826 il padre regalò a Branwell dodici soldatini di metallo, scatenando nei figli infiniti giochi teatrali e letterari. Era proprio Branwell quello su cui il padre era disposto a investire. Lui si dedicò alla pittura – è suo l’unico ritratto esistente delle tre sorelle, oggi conservato alla National Portrait Gallery di Londra – e poi si perse nell’alcol e nell’oppio. Morì nel settembre 1848.
Nel 1831 Charlotte andò a studiare in un’altra scuola, dove poi prese a insegnare. Iniziò una sorta di doppia vita: di giorno mite istitutrice, di notte tenace scrittrice che annotava su un diario il disgusto per il tempo che doveva perdere con i ragazzini pigri e viziati. Elisabeth Gaskell, che più tardi le divenne amica, la ritrasse forse per invidia come vittima rassegnata del suo destino. Studi successivi, come quello di Lyndall Gordon, o la meta-biografia di Lucasta Miller sulla costruzione postuma dell’immagine delle sorelle  Brontë (The Brontë Myth, Vintage 2002) restituiscono l’immagine di una donna diversa, brillante e determinata. 
Charlotte lavorò sempre a stretto contatto con le sorelle. Nel 1846, con gli pseudonimi di Currer, Ellis e Acton Bell le tre pubblicarono un libro di poesie: vendette due copie. L’anno dopo, quasi in contemporanea con Jane Eyre, uscì il capolavoro di Emily, Cime Tempestose, firmato Ellis Bell. Anne/Acton Bell diede alle stampe Agnes Grey e Il segreto della signora in nero. Quando un editore in cerca di pubblicità affermò che erano tutti la stessa persona, Charlotte e Emily presero il treno e si presentarono a Londra da John Smith. Charlotte rivelò di essere l’autrice di Jane Eyre. Smith rimase senza parole di fronte a quella donna piccola e con i denti rovinati. Le credette quando vide la lettera che lui stesso aveva indirizzato a Currer Bell.
Fu l’inizio di un breve periodo felice, ma nel giro di poco morirono Branwell, Emily e Anne. Degli amori di Charlotte non si sa molto. Dai suoi libri e lettere si intuisce la passione frustrata per un professore conosciuto a Bruxelles, Costantin Heger, sposato. Ebbe alcuni spasimanti, ma li rifiutò. Nel 1854, dopo aver pubblicato Shirley e Villette, sposò il reverendo Arthur Bell Nichols. L’anno dopo restò incinta, ma morì, forse per un’infezione, prima di partorire. 
Jane Eyre, concepito in una stanza senza sole mentre Charlotte accudiva il padre operato agli occhi, non ha mai smesso di essere stampato...


Da: Valentina Della Seta
Il Quotidiano, luglio 2017

Monsieur Safrat, l'editore per tutti

In Francia porta i suoi libri nella metà delle scuole. Facendoli arrivare a chi non può permetterseli senza chiedere niente
PARIGI. Parcheggia il furgoncino nel cortile della scuola, periferia grigia di Orléans. Il bidello gli stringe la mano con un sorriso complice, poi lo aiuta a scaricare alcuni cartoni pesanti. In meno di mezz'ora ha montato il suo banchetto nella piccola sala lettura. Sono le quattro del pomeriggio, suona la campanella.

 I bambini scendono le scale di corsa, gridano: «I libri, i libri!»

Due ore più tardi si rimette al volante, l'aria soddisfatta. Oggi ha venduto 400 copie. «Non molto. Però, visto come erano felici?». La giornata di Vincent Safrat continua. Deve ancora consegnare alcuni cartoni ad un istituto elementare di un paese vicino, tornerà a casa in serata. E così domani, e tutta la settimana. Da 24 anni. Lo chiamano l'Editore dei poveri: stampa e distribuisce a scolari dai 3 ai 12 anni, soprattutto quelli nelle banlieues. Libri ad 80 centesimi l'uno. Lo scorso anno le vendite hanno sfiorato i due milioni e mezzo di esemplari.
Leggere è un po' partire. 
Anche la storia di Vincent Safrat è cominciata con un libro e un viaggio.
 «Avevo 19 anni, non volevo più studiare. Ho fatto qualche lavoretto per pagarmi un volo con un amico fino al Perù, a Lima. Per risparmiare siamo andati a piedi dall'aeroporto al centro. Abbiamo camminato per ore. Bidonville. Scoprire la miseria così, con gli occhi di quello che era venuto a fare il turista, mi ha segnato per sempre». Ha capito che doveva fare qualcosa. «Al ritorno, su di una mensola di casa ho trovato un volume impolverato: L'educazione sentimentale di Flaubert. Non so nemmeno perché: l'ho aperto. Letto d'un fiato: bellissimo. Poi un secondo, un terzo». Ed è arrivata l'idea. «L'unica idea in tutta la mia vita» ride.

 «Aiutare le persone più deboli attraverso i libri. Dare loro la possibilità di immaginare un futuro. Il libro come forma di lotta, di emancipazione: dalla povertà, dal disagio, dalla diversità».

Figlio di un sarto e di una segretaria, famiglia modesta e dignitosa di Grigny (Essonne), a sud della capitale. «Percepivo il sussidio da disoccupato, mi bastava». Così comincia a bussare alle porte di tutte le case editrici di Francia. Chiede che gli regalino i pilon, le balle di libri invenduti destinati al macero. Comincia a proporli, porta a porta. Alto e magro, un'espressione candida che non ha perduto. Robin Hood bussa alla porta dei quartieri parigini più degradati. «Non è stato facile. Ma sono stato accolto con gentilezza. I poveri hanno un grande rispetto dei libri. E poi, io li regalavo». La missione dura anni, Vincent si muove in bici, a volte un amico gli presta l'auto. Nel 1992 fonda l'associazione Lire c'est partir: leggere è partire. Col passare del tempo si rende conto che i migliori lettori sono quelli più piccoli. «Di solito i genitori mi aprivano la porta scocciati, a muso duro. Quando vedevano i volumi – e ascoltavano la parola magica: gratis –, allora chiamavano i figli: "Prendi qua, ascolta il signore: non vorresti diventare una persona migliore?". Ma se proponevo ai grandi di leggere, niente da fare: "No. Per me è troppo tardi. Poi, sono molto occupato". E tornavano sul divano, alla televisione».
I bambini, allora. Frequentando le case editrici, Safrat scopre che pubblicare libretti costa relativamente poco: il segreto sta nella grande quantità, e nella distribuzione senza intermediari. È la svolta. «Sono andato da uno dei più grandi tipografi francesi, Brodard et Taupin, raccomandato da un suo cliente importante che mi aveva preso in simpatia: secondo me non hanno capito che ero senza un centesimo in tasca, così non mi hanno chiesto garanzie. Venti titoli e 400 mila esemplari da vendere entro 4 mesi, prima di finire nei guai». Affitta un furgoncino. Contatta centinaia di ispettori dell'Educazione nazionale – ognuno dei quali responsabile da 20 e 40 scuole – e poi associazioni di insegnanti, cooperative scolastiche, gruppi di genitori. Ci mette la faccia, l'entusiasmo. Il cuore. Quelli si convincono. «Ho pagato tutto. E solo con due settimane di ritardo».
La storia era appena cominciata. Diciotto anni più tardi, i furgoncini per le consegne sono diventati cinque. E tutti di proprietà dell'associazione, che oggi può contare su 13 dipendenti a 1.600 euro al mese. Qualcuno contatta le scuole – di oltre 50 mila istituti francesi, quasi la metà ha rapporti con Lire c'est partir – o lavora in ufficio. Vincent insieme ad altri tre preferisce andare in giro e continuare a vendere personalmente. «Ma ora lavoriamo anche grazie ad internet. È così semplice. La maestra di una prima elementare vuole che i suoi allievi leggano tutti lo stesso libro? Con 20 euro può avere 25 copie». Perché solo 80 centesimi? «Perché, a differenza di tutti gli altri editori, io credo che l'obiettivo sia la lettura. Non il guadagno». All'autore vanno 1.500 euro. Altrettanti all'illustratore. Poi ci sono le spese per la stampa – circa 30 centesimi ad esemplare, tiratura da 20 mila in su –, qualcosa per i diritti. «All'inizio il prezzo finale era di 4 franchi, e gli ispettori delle scuole mi domandavano: facciamo cinque? No. Facciamo quattro. Ora, con l'euro, prima il prezzo era 70. Poi 75. Adesso 80. E non aumenteremo più per molti anni, ci stiamo dentro benissimo».
Tutti gli anni all'inizio di settembre viene presentato il catalogo, con 30 nuovi titoli. «Un tempo dovevo cercare gli autori, adesso sono loro che ci inseguono». Circa 500, ogni anno: «Millecinquecento euro fanno comodo, ma spero sia anche la voglia di partecipare al progetto». A volte qualche nome importante regala la sua storia: Le Clézio lo aveva già fatto prima di prendere il Nobel (Il bambino sul ponte, è il titolo del racconto). Un tempo anche Françoise Sagan. E Alexandre Jardin, lo scrittore e sceneggiatore. Che racconta il suo personale innamoramento per l'Editore dei Poveri. «Mi ha chiesto di collaborare, ho detto di sì. Poi un giorno è venuto a trovarmi, l'aria disperata. Disastro. Ha scoperto che con la casa editrice si facevano dei guadagni! Non avevo mai visto un tipo così appassionato e disinteressato ai soldi». Con l'attivo di bilancio hanno organizzato spettacoli teatrali e dei fine settimana verdi per i bambini. E poi ha comprato un vecchio castello su un'isola dell'Essone. «Lui si è preso due stanze, dove vive. Il resto è a disposizione di associazioni di volontariato». Un personaggio inverosimile, dice Jardin. «Fa il lavoro del Ministero della Cultura senza chiedere nulla, con una capacità di andare oltre l'ostacolo ragionando in maniera diversa».
L'Editore dei poveri. Che nessuno vuole emulare. «Ogni tanto c'è mi chiede come ho fatto, però poi non ci sta a lavorare in cambio di nulla. Perché questo è il segreto: bisogna andare avanti per anni, costruirsi una rete di amicizie e di fiducia, senza aspettarsi nulla. Per il solo piacere di vedere un bimbo che prende il suo libriccino e corre a leggerselo. Guardate che i bambini hanno voglia di leggere, di sognare. Di sfogliare pagine, guardare le figure». Però il tablet... «Possono fare entrambe le cose, o no? Se oggi mi dicessero di trasferire tutti i testi su di un tablet, gratuitamente, non aspetterei un minuto». Lo guardi negli occhi, e capisci che è sincero. «Ho cominciato nel Nord, e in Lorena. Nelle periferie delle grandi città: Parigi, Lione, Marsiglia. Poi ho scoperto che la povertà è soprattutto nelle campagne. Ma possiamo fare molto».
Chissà se funzionerebbe, in Italia.

«Ma sicuro! Il punto è che non bisogna pensare ai soldi, ma ad un altro guadagno, molto più prezioso: la speranza».


Fonte: da Massimo Calandri
Le Soir, giugno 2017

Ricordando Don Milani, che forse boccerebbe i test Invalsi

Don Lorenzo Milani con i suoi ragazzi di Barbiana (Firenze) (Newpressphoto/Ipa)
Cinquant’anni fa moriva il grande educatore, maestro e prete scomodo. Uno scrittore che lo ha studiato a lungo lo racconta. Nella sua attualità che ancora oggi divide.
Don Lorenzo Milani morì il 26 giugno 1967 a Firenze nella casa di via Masaccio 208, a soli quarantaquattro anni, stroncato dal linfoma di Hodgkin. Ad accudirlo furono gli scolari, ai quali, scrisse nel Testamento, aveva voluto più bene che a Dio, sperando nella Sua benevola comprensione. Quattro mesi dopo venne condannato, in quanto difensore degli obiettori di coscienza, accusati di viltà da un gruppo di cappellani militari toscani, ma il reato fu considerato estinto perché lui era deceduto. Il testo che aveva scritto ai suoi giudici, prima ancora di quello indirizzato alla famosa professoressa, è uno dei grandi risultati della letteratura italiana del Novecento, non solo e non tanto per ciò che dichiara sull’idea di patria, chiesa, scuola, storia, giustizia e responsabilità, ma per come lo esprime. In quale altra opera di quegli anni potremmo ritrovare un controllo stilistico così potente del sentimento partecipativo realizzato sul campo vivo delle operazioni? Il Meridiano della Mondadori, che sarà fra poco in libreria, con la direzione di Alberto Melloni, autore della splendida introduzione (Federico Ruozzi e la nipote Valeria Milani Comparetti sono gli altri curatori), in cui viene raccolta tutta la produzione milaniana, lo dimostra appieno.
Don Lorenzo (che Melloni chiama μ, il mi greco, nel tentativo di preservare il nome dalla insopportabile consunzione semantica a cui è andato incontro) ci consegna una scrittura-azione perfino più originale di quella pasoliniana: una goccia del sangue per come ha saputo legare parola e esperienza. Tutti potremmo dire ciò che vogliamo, certo, ma poi dovremmo essere pronti a pagare il prezzo del risarcimento nel caso in cui commettessimo un danno. Il corpo non può e non deve venire preservato: così diventi credibile. Ecco la prova. Un anno e mezzo prima della fine Nadia Neri, giovane professoressa napoletana, gli chiede consigli. Sta per risponderle Carla (14 anni), ma il priore, vincendo il dolore della malattia, con la lingua screpolata, le ossa rotte, la mano tremante, capisce che deve farlo di persona. Si alza dalla brandina, prende la penna in mano e ci regala un altro gioiello: «Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio… Ai partiti di sinistra dagli soltanto il voto, ai poveri scuola subito prima d’esser pronta, prima d’esser matura, prima d’essere laureata, prima d’esser fidanzata o sposata, prima d’esser credente. Ti ritroverai credente senza nemmeno accorgertene. Ora son troppo malconcio per rileggere questa lettera, chissà se ti avrò spiegato bene quello che volevo dirti».
L’ultima frase è forse ancora più importante delle precedenti (sfolgoranti, che ultimamente ho letto alle ragazze del liceo Poerio di Foggia, qualcuna di loro dopo aveva gli occhi lucidi). Don Lorenzo infatti fu uno scrittore epistolare, nel solco più puro della nostra tradizione (senza tornare alle epistole petrarchesche, basti pensare a Foscolo, alle Ultime lettere di Jacopo Ortis), con una differenza essenziale: non ricopiava in bella. 

Scriveva di getto e poi spediva, così come viveva: a fondo perduto, senza curarsi del risultato che avrebbe potuto conseguire, ma avendo fede nell’azione che stava realizzando. 

Allora noi oggi, dopo la scomparsa di quello che ho definito l’uomo del futuro (anche pensando ad una battuta da lui rivolta al cardinale Ermenegildo Florit che lo aveva sempre ostacolato: «Io sono più avanti di lei di cinquant’anni», dovremmo chiederci perché don Milani continua a dividere: c’è chi lo ama e chi lo rigetta. Tra gli attacchi più famosi ricordiamo almeno il celebre articolo di Sebastiano Vassalli (Don Milani, che mascalzone, uscito venticinque anni fa su Repubblica). Nelle settimane scorse, sulle pagine del supplemento domenicale del Sole 24 Ore, Lorenzo Tomasin (Io sto con la professoressa, 26 febbraio) e Paola Mastrocola (Uscire dal donmilanismo, 26 marzo), pur con accenti diversi, gli hanno attribuito la responsabilità del presunto sfacelo della scuola italiana, come se lui fosse davvero il padre spirituale dell’egualitarismo indifferenziato di marca sessantottina e non invece il fustigatore incompreso di ogni possibile negligenza e pressapochismo educativi, fino al punto di aver redarguito un insegnante troppo permissivo, che non aveva saputo tenere a freno i suoi studenti, scrivendogli: «La scuola deve essere monarchica assolutista e è democratica solo nel fine».
Chi pensa che la scuola italiana di oggi sia figlia sua, dovrebbe chiedersi cosa direbbe il priore di Barbiana dei Test Invalsi che vorrebbero certificare le compentenze dei nostri studenti spingendoli, dopo aver letto un brano di letteratura, a mettere la crocetta giusta fra A, B e C. Il prete del Mugello sapeva fino a che punto una risposta corretta possa non corrispondere a una preparazione adeguata. Viceversa, una risposta sbagliata non dovremmo mai gettarla nel cestino. Di fronte a tutte le incombenze burocratiche a cui sono sottoposti i docenti del nostro Paese, chiusi nell’angolo del tempo scandito dalla campanella, del giudizio siglato dal voto, rimasti peraltro gli unici a dover ricondurre gli adolescenti ai valori dell’applicazione e del rigore in un mondo che li spinge altrove, quale sarebbe la reazione del priore? Con ogni probabilità farebbe una pernacchia. Di certo non si riconoscerebbe nella riduzione di qualsiasi obiettivo didattico. Mandava gli studenti all’estero affinché imparassero le lingue (anche l’arabo in Algeria). Voleva ottenere il massimo in termini di preparazione culturale (grammatica compresa), ma soprattutto puntava a far brillare gli occhi degli scolari. Questo gli costò caro perché non tutti, anche ai suoi tempi, lo apprezzarono. Molti gli si rivoltarono contro, compresi certi ragazzi. E lui si prese le bastonate. Educare significa ferirsi. Andare là dove sai che ti fa male. Così ci possiamo spiegare anche un’altra delle sue celebri battute, forse la più amara:
 «Le maestre sono come i preti e le puttane. Si innamorano alla svelta delle creature. Se poi le perdono non hanno tempo di piangere. Il mondo è una famiglia immensa. C’è tante altre creature da servire. È bello vedere di là dall’uscio della propria casa. Bisogna soltanto esser sicuri di non aver cacciato nessuno con le nostre mani».

Va bene, ma oggi dove starebbe don Lorenzo Milani? Non ci ha lasciato metodi, piuttosto energia allo stato puro. Una sapienza del fare scuola. Ecco perché io, anche sulla scorta di una foto che lo ritrae a Barbiana con un bambino congolese in braccio, sono andato a cercarlo in giro per il mondo: nei villaggi africani, in certe bettole indiane, alla periferia di Pechino. Ne ho colto il riverbero negli occhi di un disertore russo. Ho rivisto in Africa i nuovi ragazzi di Barbiana. A Berlino gli adolescenti ribelli. A Città del Messico gli alunni svogliati. Nel mondo arabo i bambini perduti. Sono stato a Ellis Island a parlare coi fantasmi degli immigrati italiani. E a Hiroshima, vicino all’ipocentro dove brucia la fiamma perenne, ho ripensato al fatto che il priore leggeva ai suoi piccoli contadini le lettere che Claude Eatherly, il pilota americano pentito, spediva a Günthers Anders, filosofo tedesco. Ho avuto qualche problema a ritrovare don Milani nella chiesa di oggi, ma tutte le volte che restavo deluso dai parroci romani mi consolavo osservando la fotografia sopra di loro: quella di Papa Francesco, il primo fra gli alti prelati vaticani a indicare don Lorenzo quale punto di riferimento essenziale per credenti e non credenti, nell’ottica e nello spirito di un cristianesimo militante concepito alla Dietrich Bonhoeffer:
Non una medicina spirituale per guarire dalle nostre malattie interiori, ma un incrocio di sguardi di cui prendersi cura.
Fonte: da Eraldo Affinati
La Repubblica, maggio 2017

Maria Montessori e il libro sulla magia della lingua

Maria Montessori con un bambino di un orfanotrofio di Roma nel 1952 (Getty Images) 
Da quest'anno in libreria la "Psicogrammatica" della pedagogista, che insegna a “estrarre” dalla mente dei bambini le nozioni sulla struttura della lingua. Ecco perché era rimasto inedito. 
Ecco perché merita di essere conosciuto.

In libreria la "Psicogrammatica" della pedagogista, che insegna a “estrarre” dalla mente dei bambini le nozioni sulla struttura della lingua. Ecco perché era rimasto inedito. E merita di essere conosciuto.
La grammatica è quell’insieme di regole che rende stabile la lingua parlata. Una definizione esauriente, che però non dice tutto: la grammatica è anche una “stregoneria” (l’intuizione è di Charles Baudelaire). Per poco che ci si immerga nelle sue profondità ecco che «le parole resuscitano, rivestite di carne e ossa»: il sostantivo, con la «sua maestà sostanziale», l’aggettivo, «abito trasparente che lo veste e lo colora come una vernice, e il verbo, angelo del movimento che dà l’impulso alla frase». Forse la grande pedagogista Maria Montessori conosceva questo passo di Baudelaire. Di sicuro, basta osservare il modo in cui i bambini di quattro anni, guidati dal suo metodo, imparano a leggere e scrivere, per avere la sensazione che le regole del discorso nascondano davvero una magia, e che i più piccoli (e i poeti) siano gli unici in grado di apprezzarla davvero.
A Maria Montessori si deve la creazione di una nuova disciplina: la psicogrammatica. Insieme alle sue sorelle, la psicoaritmetica e la psicogeometria, costituisce la triade della psicodidattica montessoriana; non tre materie, ma tre filosofie pedagogiche elaborate a misura di bambino, ovvero della sua psiche. Il loro scopo non è comunicare un sapere, ma soddisfare un bisogno reale dell’infanzia: saperne di più, sempre di più, ancora di più, sul linguaggio, i numeri e le forme. Così, se la grammatica viene “data” al bambino sotto forma di nozioni, la psicogrammatica viene estratta dalla sua mente, che già ne possiede le basi, sotto forma di giochi ed esperimenti. La soddisfazione della scoperta poi farà il resto.
Maria Montessori fissò le basi della psicodidattica intorno agli anni Venti del Novecento: Psicoaritmetica e Psicogeometria vennero pubblicati in Spagna nel 1934; Psicogrammatica invece è sempre rimasto inedito, perché le vicissitudini private dell’autrice e gli avvenimenti politici dell’epoca (ora la guerra civile in Spagna, dove visse fino al ‘36, ora la Seconda guerra mondiale, che la bloccò in India per cinque anni) ne impedirono la revisione definitiva. L’editore Franco Angeli ne propone oggi la prima edizione in assoluto, a cura di Clara Tornar, direttrice del Centro Studi Montessoriani dell’Università di Roma Tre, e Grazia Honegger Fresco, allieva diretta di Maria Montessori, che hanno lavorato sul dattiloscritto originale.
«A quattro anni» spiega Tornar «i bambini possiedono già una grammatica “implicita”, acquisita spontaneamente nel corso dello sviluppo linguistico. Si tratta di renderli consci delle regole che la governano, facendogliele sperimentare con il corpo e con i sensi». Invece che uno scolaro, il bambino di Psicogrammatica è un piccolo apprendista stregone che gioca con gli elementi del discorso come se fossero ingredienti di una pozione. Il suo primo esperimento è isolare i suoni delle lettere che compongono le parole. Ad associarle a un segno penseranno i suoi polpastrelli: i bambini sono invitati a seguire con le dita, secondo il senso della scrittura, il disegno delle singole lettere in carta smerigliata, piacevole al tatto. Poi provano a comporle tra loro usando un alfabeto mobile: così imparano a leggere. Finché un bel giorno, scrive la Montessori, «dato che la mano ha toccato e ritoccato con interesse le lettere smerigliate e ormai quei movimenti sono diventati naturali nelle piccole mani, cominciano a scrivere. Si trovano in mano la scrittura, come si erano trovati in bocca il linguaggio».

Ecco l’intuizione geniale, sottolinea Tornar:
 «Non c’è che l’azione per cogliere le sfumature del linguaggio. Oggi sappiamo che le aree del cervello che elaborano le informazioni sensoriali e i movimenti sono coinvolte anche nell’apprendimento linguistico. In sostanza c’è una stretta relazione tra motricità e processi astratti, che la Montessori ha colto con la semplice osservazione, molti anni prima dell’avvento della risonanza magnetica cerebrale. Allo stesso modo ha capito che c’è un’età ideale per imparare la grammatica. Tra i tre e i quattro anni il bambino è profondamente attratto dalla scrittura, anche se non sa cosa sia. La Montessori lo chiama il periodo sensitivo del linguaggio (c’è il periodo del movimento, dell’ordine, e così via). In questa fase, e solo in questa, il bambino può imparare a scrivere senza bisogno di alcun insegnamento diretto, attraverso una serie di giochi e attività pensate per lui. Tale è il suo bisogno psicologico di penetrare gli elementi del discorso».

Il nome, l’aggettivo, l’avverbio di Psicogrammatica non sono parti inerti, ma soggetti dotati di intenzioni, di qualità psicologiche e fisiche. Soprattutto, si esprimono attraverso simboli che parlano alla mente del bambino. La “famiglia del nome” per esempio, è rappresentata da tre triangoli: il nome è un grande triangolo nero – la mamma – che da un lato tiene in braccio il bambino-articolo (un triangolino azzurro) e dall’altro tiene per mano la figlia maggiore, l’aggettivo (un vezzoso triangolo blu). È il maestro, prima dell’allievo, a dover interiorizzare questo linguaggio simbolico. E qui emergono due Montessori: quella che ha capito il mondo dei bambini, e quella che sa come trasmetterlo agli insegnanti. Non a caso Grazia Honegger Fresco ricorda di lei «soprattutto la grande semplicità, la chiarezza e l’efficacia nel modo di esprimersi».
«La incontrai a San Remo nel 1949» racconta «era il suo primo congresso dopo la guerra. Eravamo circa duecento, tutte donne. Ci sembrava, allora, che il sistema educativo sarebbe cambiato per sempre. Non è stato così. Per qualche ragione – l’emergere di una società sempre più competitiva? Un paradigma educativo troppo radicato? –  il sistema tradizionale ha prevalso sul modello montessoriano».
“Modello”, puntualizza, è preferibile a “Metodo Montessori”. «Perché» spiega Honegger Fresco «si tratta di un approccio scientifico e filosofico, non di una tecnica brevettata, rigorosa e univoca. L’idea di base è che, favorendo la curiosità innata del bambino, l’apprendimento avverrà senza alcuno sforzo e con il massimo godimento (quindi con il massimo profitto), senza bisogno di voti e imposizioni. Lo conferma l’esperienza secolare delle scuole Montessori, dalla Nuova Zelanda al Giappone. Eppure, l’educazione predominante continua a essere statica, passiva, basata sul giudizio, sulla competizione e sui compiti. Questo approccio non è solo meno efficace, ma anche profondamente immorale, perché invece di insegnare il valore della diversità, l’idea del sapere come conquista personale, forma individui aggressivi, omologati e insicuri. Il giudizio continuo dell’adulto rende dipendente il bambino, che non impara a valutarsi da sé. Anche il bullismo è un risultato di questo modello: chi è più furbo, più bravo, più forte, può avere più potere. Ma l’educazione dovrebbe avere anzitutto una funzione etica, pacifista, come diceva la Montessori».

Così le parole incise sulla sua lapide:
 «Io prego i cari bambini, che possono tutto, di unirsi a me per la costruzione della pace negli uomini e nel mondo».

Fonte: da Giulia Villoresi
La Repubblica, aprile 2017

Libri e film un binomio che aiuta l’intelligenza emotiva

Quando i bambini s’immedesimano nei personaggi dello schermo grande o piccolo che sia sviluppano l’empatia
Oltre ai libri, anche i film e le serie tv sono materiale prezioso per sviluppare l’intelligenza emotiva dei bambini e dei ragazzi. Lo sostiene una ricerca dell’Università di Bielefeld (Germania), che dimostra come i giovani spettatori si identifichino nei personaggi e nelle loro emozioni. Ma che cos’é l’intelligenza emotiva?

L’espressione intelligenza emotiva (Ie) indica la consapevolezza delle emozioni proprie e altrui. È stata coniata nel 1990 da due psicologi statunitensi e resa popolare 5 anni dopo dal best seller omonimo di Daniel Goleman

spiega Valentina Liuzzi, psicologa a Como e vicepresidente del Mippe - Movimento italiano di psicologia perinatale

In concreto, comprende una serie di abilità complesse, indispensabili nella quotidianità: percepire le emozioni, decodificarle e riconoscerle sia negli altri sia dentro di sé. Chiunque può arricchire il proprio bagaglio di Ie, per esempio osservando e collezionando esperienze di contatto umano che aiutino ad assumere il punto di vista altrui. Non é possibile, però, vivere in prima persona tutte le esperienze, soprattutto per i bambini e i ragazzi. Ecco allora che entrano in gioco le storie i cui protagonisti sono soggetti umani o umanizzati che vivono esperienze, provano emozioni e le suscitano

COSA PUOI FARE NELLA PRATICA

Per lo sviluppo dell’Ie esistono pellicole e programmi più o meno adatti e di qualità, sottolinea la psicologa, conviene perciò informarsi leggendo le recensioni. Per rendere efficace la visione, potrebbe essere utile, leggere il libro da cui proviene il film o la serie, per esempio, condividerlo con il figlio e poi discuterne. Lui non si fa avanti spontaneamente con le sue impressioni, emozioni e domande? Si può stimolarlo raccontando come ci si è sentiti durante una certa scena, oppure accennare una riflessione. Se è un adolescente, è molto probabile che voglia guardare i telefilm da solo: una scelta da rispettare dopo essersi informati sui contenuti e avergli chiesto perché vuole seguire quella serie anzichè un’altra. Dimostrando interesse, magari chiedendo notizie sullo sviluppo della trama, si potrebbe ricevere l’invito a guardare.

Da: Starbene · 20 Giugno 2017 · di Francesca Trabella

THE BOOK PATH: ANNE OF GREEN GABLES IN QUOTES

martedì 25 luglio 2017



Anna dai capelli rossi: diventa una serie TV

Netflix ha pubblicato il primo trailer di un remake
più contemporaneo dell'anime giapponese che affronterà anche tematiche importanti:
dal bullismo all'identità

Un classico di animazione e letteratura, riadattato così da poter essere serie televisiva. Anna dai capelli rossi, la cui storia di riscatto e caparbia è rimasta immutata, debutterà su Netflix il 12 maggio. Otto gli episodi della produzione, il cui primo trailer ha mostrato come, accanto alla storia creata nel 1908 dalla scrittrice canadese Lucy Maud Montgomery, possano coesistere temi che la cronaca contemporanea vuole essere caldi. Anna Shriley, più ottimista e solare della ragazzina animata che – nel 1979 – l’ha portata in televisione, è l’orfana di sempre, finita dopo diverse peripezie umane e burocratiche a Green Gables. Nella cittadina, è ospite inattesa dei fratelli Marilla (l’attrice Geraldine James) e Matthew Cuthbert (l’attore R.H. Thomson), la cui vecchiaia e solitudine è la stessa cui si è fatto riferimento nell’anime.
La quiete, però, di quel paesino non è la medesima cui il cartone animato ci ha abituati. Perché Anna Shirley, che nella serie televisiva avrà il volto della giovanissima Amybeth McNulty, sembra essere la versione, dinamica e ottimista, della ragazza dai capelli rossi. Determinata a trovare il proprio posto a Green Gables, la tredicenne è forte e incosciente, specchio di quel che ogni ragazzino dovrebbe essere.
Più leggera dell’anime omonimo, la serie tv di Netflix ha scelto poi di utilizzare le nuovi doti di Anna per esplorare tematiche estranee al romanzo originale. Bullismo e femminismo, ricerca di un’identità e derive del pregiudizio sono alcuni degli elementi con cui si è sostanziata la trama dell’opera.

TEH BOOK PATH: Jane Eyre by Charlotte Brontë


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